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Integratori per la fertilità femminile

Probabilmente ti stai chiedendo se esistono degli integratori per aumentare la fertilità femminile. Prima di elencarti gli integratori più efficaci per la fertilità della donna, ricorda che un eccesso di integrazione può dare effetti opposti a quelli sperati. Ricorda che naturale non significa necessariamente che non facciano male. Ti consiglio comunque di recarti da uno specialista della fertilità

Esiste una forte correlazione tra l’assunzione di integratori e fertilità. Già negli anni ‘90 uno studio di Chavarro (NHS-II) ha messo in luce che le donne con una maggiore fertilità prendevano costantemente integratori multivitaminici e avevano un rischio minore di infertilità del 41%.

Negli anni si è cercato di capire attraverso numerosi studi quali potessero essere le vitamine che più impattano sulla fertilità della donna. Vediamo quali sono scientificamente provate:

1. Acido Folico e fertilità

 

Una delle vitamine più studiate per la correlazione tra la fertilità femminile è l’acido folico (vitamina B9). Diversi studi scientifici hanno confermato che l’assunzione di acido folico giornaliera da 400 a 800 microgrammi almeno 3 mesi prima del concepimento dava una percentuale maggiore di tassi di natalità rispetto alle donne che non lo assumevano. Altri studi si sono concentrati sulle donne che avevano una mutazione del gene MTHFR. Il gene MTHFR codifica per un enzima chiamato metilen- tetraidrofolato reduttasi che è importante per la trasformazione dell’omocisteina in metionina. La mutazione del gene MTHFR determina l’accumulo di omocisteina nel sangue (iperomocisteina). Questa condizione  è considerata un fattore di rischio per lo sviluppo di trombosi, malattie coronariche, aborti spontanei e difetti nel tubo neurale.

Le donne portatrici di mutazione MTHFR hanno una ridotta reattività ovarica all’ormone follicolo-stimolante (FSH), un minor numero di ovociti recuperati in caso di stimolazioni che precedono la fecondazione assistita e cellule della granulosa (rivestimento dei follicoli) che producono meno estradiolo. L’assunzione di acido folico supplementare in questi casi permette la diminuzione dell’omocisteina nel liquido follicolare e un miglioramento della qualità degli ovociti. Sembra però che la maggiore influenza sulla fertilità dell’acido folico sia soprattutto sulle portatrici di mutazione MTHFR.

Buone fonti di acido folico sono verdure a foglia larga come spinaci o biete, broccoli e crucifere.

 

2. Vitamina D e fertilità

La vitamina D è un ormone prodotto principalmente nella pelle dopo l'esposizione alla luce solare ed è noto per il suo ruolo sulla salute e nella mineralizzazione delle ossa. Negli ultimi anni, le azioni extrascheletriche della vitamina D hanno suscitato un significativo interesse scientifico. La scoperta che il recettore della vitamina D e gli enzimi necessari per la produzione della forma attiva della vitamina D sono espressi in quasi tutte le cellule e i tessuti umani, ha collegato l'insufficienza/carenza di vitamina D a molte malattie croniche come il cancro, le malattie autoimmuni e infettive, malattie cardiovascolari e diabete mellito. Si stima che la carenza di vitamina D colpisca circa il 50% della popolazione mondiale.

I dati derivanti da studi condotti sia sugli animali sia sull'uomo indicano un potenziale ruolo della vitamina D nella fertilità femminile. In questo contesto, i dati epidemiologici hanno dimostrato una stagionalità nella capacità riproduttiva umana, che potrebbe essere parzialmente spiegata dalla variazione stagionale dei livelli di vitamina D.

Prove crescenti suggeriscono che la vitamina D sia associata a varie caratteristiche metaboliche e riproduttive dell’ovaio policistico e quindi possa essere coinvolta nella nascita della malattia. È interessante notare che l’iperinsulinemia e l’insulinoresistenza hanno un ruolo centrale nell’instaurarsi della PCOS, influenzando la gravità delle caratteristiche cliniche indipendentemente dalla presenza di obesità. I meccanismi benefici della vitamina D sono soprattutto a carico della sensibilità dei recettori all’insulina e la regolazione del calcio intracellulare ed extracellulare, cruciale per le azioni insulino-mediate nei tessuti. Inoltre, la vitamina D esercita azioni antinfiammatorie. Tuttavia, la maggior parte delle donne con PCOS è in sovrappeso o obesa: l'obesità è associata a livelli più bassi di Vitamina D, principalmente a causa del “sequestro” della vitamina da parte del tessuto adiposo. Questi dati sollevano la domanda cruciale: la carenza di vitamina D è un ulteriore fattore di rischio che aggrava l’insulinoresistenza nella PCOS, indipendentemente dall'obesità? Quello che è stato osservato, soprattutto nelle tecniche di fecondazione assistita, è che integrare a priori non serve a nulla, ma serve solo in caso ci sia una carenza effettiva di vitamina D in quanto influisce sulla ricettività dell’endometrio.

La vitamina D è molto scarsa nell’alimentazione e se ne trovano piccole tracce nel latte, nel tuorlo d’uovo e nel salmone (che, come abbiamo visto, andrebbe comprato non proveniente da allevamento).

 

3.  Inositolo e fertilità

L’inositolo è un composto molto diffuso in natura, è conosciuto principalmente con il nome di vitamina B7. Viene assunto attraverso il cibo principalmente da frutta, fagioli, cereali e noci. Ne esistono due forme: il mio-inositolo e il D-chiro-inositolo.

Esiste una relazione complessa tra il metabolismo del glucosio e l’inositolo. Da un lato l’inositolo inibisce l’assorbimento del glucosio e diminuisce la glicemia, d’altra parte il glucosio contrasta significativamente l’assorbimento cellulare dell'inositolo, determinando una competizione fra questi due componenti. 

Il mio-inositolo e il D-chiro-inositolo sono abbondanti nelle ovaie e nel liquido follicolare e hanno ruoli specifici nella segnalazione dell'insulina e nello sviluppo follicolare. Nell’ovaio normale l’equilibrio tra questi due composti supporta la normale secrezione ormonale e la funzione ovarica. Nelle donne affette da ovaio policistico (PCOS) e insulinoresistenza, l’iperinsulinemia induce un rapporto squilibrato tra mio-inositolo e D-chiro-inositolo. Normalmente, infatti, il mio-inositolo è cento volte più alto del D-chiro-inositolo. Nel momento in cui si squilibra questo rapporto aumenta fortemente la produzione di androgeni da parte dell’ovaio. In queste condizioni, l’assorbimento del glucosio e il metabolismo negli ovociti e nelle cellule follicolari sono influenzati negativamente, compromettendo così la qualità dell'ovocita, che dipende dalla disponibilità di quantità adeguate di mio-inositolo. Studi su animali e umani hanno mostrato che il ripristino dei livelli fisiologici delle due forme dell’inositolo potrebbe essere cruciale per la corretta funzione ovarica.

I vari effetti benefici degli inositoli sullo sviluppo follicolare, sulla regolazione ormonale e sull'omeostasi del glucosio fanno capire perché li si usi come agenti terapeutici nei pazienti con PCOS. Molti studi confermano il loro effetto positivo sui disturbi metabolici, ormonali e riproduttivi nella PCOS, da soli o in combinazione con altre sostanze, potenziandone l'effetto terapeutico e la biodisponibilità. Nel 2015 l’International Consensus Conference in Ostetricia e Ginecologia riconobbe che le due forme sono efficaci nei pazienti con PCOS. Tale integrazione permette di accrescere la fertilità, migliorando l’ovulazione e la qualità degli ovociti.

Circa il 25% delle donne è resistente agli effetti di questa integrazione, in particolare le donne in sovrappeso. È pertanto opportuno iniziare l’integrazione contemporaneamente a una dieta ipocalorica finalizzata al calo ponderale.

 

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Tags: Fertilità e alimentazione, Dieta per la fertilità

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