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Fertilità e alimentazione

Che l’alimentazione possa influire sulla fertilità è ormai noto da anni. Nel mondo animale, per esempio, gli allevatori usano da sempre l’alimentazione per influenzare positivamente la fertilità.

Le conoscenze sulla correlazione tra fertilità e alimentazione sono sempre più numerose e ogni studio pubblicato aggiunge un nuovo tassello alla comprensione dell’interazione fra fertilità e fattori alimentari. Tuttavia, c’è ancora molta confusione a livello divulgativo. Spesso viene detto tutto e il contrario di tutto.:

 

Capire dunque cosa mangiare per la fertilità ci è utile per avere gli strumenti per potenziarla.

 

 

1. ALIMENTAZIONE E QUALITÀ OVOCITARIA NELLA FERTILITA' FEMMINILE

La quantità e la qualità degli ovuli sono due importanti fattori per una migliore fertilità della donna. Sicuramente non è l’unico fattore, ma è molto importante per il concepimento e per il prosieguo della gravidanza. In particolare, la qualità dell’ovocita influisce sia sulla fecondazione, cioè sull’incontro tra ovulo e spermatozoo, sia sulla trasformazione dell’ovulo fecondato nelle successive fasi dello sviluppo dell’embrione.

In una rilevante percentuale di casi spesso la gravidanza non va avanti a causa della scarsa qualità degli ovociti oppure per anomalie cromosomiche o difetti mitocondriali (organelli presenti anche nell’ovocita che producono energia per la crescita dell’embrione) che non permettono il corretto accrescimento.

La scarsa qualità degli ovociti influisce sulla fertilità diminuendo le probabilità di concepire, ma soprattutto aumenta le probabilità di aborto spontaneo. Un embrione con difetti genetici e/o mitocondriali è incompatibile con la vita.

Comunemente molte donne che cercano una gravidanza da tempo o hanno episodi di poliabortività pensano che la qualità degli ovociti sia un problema congenito e che non si possa modificare.

Nell’ultimo decennio invece è stato dimostrato grazie a numerosi studi scientifici che è possibile modulare e migliorare la qualità degli ovociti grazie alla modifica della dieta e dello stile di vita. Si è visto infatti che la qualità della dieta, indipendentemente dalla presenza di sovrappeso, possa influire sulla qualità degli ovociti. In pratica è come dire: “Dimmi come mangi e ti dirò che follicoli hai!”.

Una dieta ricca di grassi, in particolare di grassi trans, come vedremo nei paragrafi successivi, porta a subfertilità e ridotta funzione ovarica (riserva ovarica impoverita). Capita spesso infatti che donne sottoposte a procreazione assistita che producevano pochi ovociti e di scarsa qualità, dopo aver modificato la dieta e la qualità dello stile di vita, aumentassero la probabilità di avere un maggior numero di ovuli e di maggiore qualità. Se questa caratteristica è vera per un ciclo di fecondazione, lo è ancor di più per una coppia che cerca una gravidanza in modo naturale.

La qualità degli ovociti viene peggiorata ulteriormente se si è in presenza di sovrappeso o di obesità. Queste due condizioni creano l’ambiente ideale per l’infertilità. Sia ben chiaro che non tutte le donne in sovrappeso o obese sono infertili, ma alcune donne sono più suscettibili a queste condizioni.

L’obesità, insieme a una cattiva alimentazione, interferisce con il corretto funzionamento dell’ovaio e in particolare aumenta il rischio di aneuploidie (presenza di anomalie cromosomiche), aumenta il rischio di atresia precoce dei follicoli e uno sviluppo follicolare insufficiente.

Un’ influenza importante è quella determinata dall’insulina, che spesso in condizioni di obesità viene prodotta in modo eccessivo oppure viene metabolizzata in modo anomalo dai tessuti, determinando resistenza insulinica. In queste condizioni, spesso si ha una ovulazione non regolare, difetti follicolari, anomalie cromosomiche e mitocondriali. Abbiamo parlato nei capitoli precedenti di quanto sia importante fare attenzione agli interferenti endocrini che ci circondano. Nei paragrafi successivi parleremo del ruolo dell’alimentazione nella modulazione della qualità ovocitaria.

 

2. IL RUOLO DEI CARBOIDRATI NELLA FERTILITA'

Con l’avvento delle diete no-carb, come la dieta Atkins degli anni ’70, il ruolo dei carboidrati nella dieta è stato messo in discussione. Mentre in precedenza si presupponeva un nesso positivo non solo tra carboidrati ed energia, ma si valorizzava anche la loro funzione di contribuire nel consumo dei grassi, le diete no-carb si basano sul fatto che eliminando questo gruppo alimentare è possibile perdere peso e perderlo più velocemente. Rimuovendo i carboidrati, le persone dimagrivano più velocemente e si sentivano meglio. In poco tempo, pane e pasta furono banditi dalla dieta. Oggi si è unanimi nel sostenere che non tutti i carboidrati sono cattivi ma, così come per i grassi, esistono carboidrati buoni e cattivi. Numerosi studi hanno potuto dimostrare che la sostituzione di cereali raffinati con cereali integrali a chicco intero e la modulazione della loro quantità, sono in grado di aumentare la fertilità anche del 55%. Questo perché i cereali integrali a chicco intero impediscono all’insulina di salire velocemente, ne consegue che diminuisce l’effetto di resistenza insulinica migliorando l’ovulazione.

I carboidrati determinano i livelli di zucchero e di insulina nel sangue. Quando questi salgono troppo in alto e creano insulinoresistenza, interrompono l’equilibrio finemente regolato degli ormoni che intervengono nella riproduzione. I conseguenti cambiamenti ormonali influenzano negativamente la fertilità sia nell’uomo sia nella donna. Mangiare molti carboidrati facilmente assimilabili, che fanno salire velocemente la glicemia e l’insulina, ha un impatto negativo sulla fertilità. Prodotti raffinati come le bibite zuccherate sono un nemico della fertilità. Sostituire questi alimenti con alimenti meno raffinati e ricchi di fibre nutre, invece, la fertilità.

Nella donna l’influenza dei carboidrati sulla fertilità è molto alta, soprattutto fra quelle che presentano un ovaio policistico. Almeno il 50% delle donne che soffrono di ovaio policistico presenta insulinoresistenza. Ma l’influenza dei carboidrati sulla fertilità non colpisce solo chi ha un ovaio policistico, ma anche donne che sono apparentemente sane. Uno studio danese del 1999 ha evidenziato come le donne che avevano una HbA1c (l’emoglobina glicosilata è una misura dei livelli di zucchero nel sangue nei 3 mesi antecedenti all’analisi) ai limiti superiori della norma, ma ancora nei range di riferimento, avevano la metà delle probabilità di una gravidanza, in quanto mostravano livelli ormonali quasi simili alle donne affette da ovaio policistico.

Come detto in precedenza, tra i carboidrati, comunemente detti zuccheri, esistono quelli buoni e quelli cattivi. La scelta dei giusti carboidrati ha un impatto importante nel bene e nel male sulla nostra salute.

I carboidrati sono i componenti di pane, pasta, cereali, frutta verdura, legumi. Esistono diversi tipi di carboidrati: gli zuccheri semplici sono, per esempio, il glucosio, il fruttosio (zucchero della frutta), il galattosio (contenuto nel latte). Gli zuccheri semplici possono unirsi fra loro per formare i disaccaridi, cioè la congiunzione di due zuccheri semplici. Per esempio, il saccarosio, il comune zucchero da tavola, è formato da due zuccheri semplici, glucosio e fruttosio. Il lattosio, lo zucchero del latte, è l’unione tra il glucosio e il galattosio. Infine, ci sono gli zuccheri complessi chiamati anche polisaccaridi. Quelli più importanti e maggiormente rappresentati in quello che mangiamo sono l’amido e la fibra. L’amido è facilmente digeribile dal nostro intestino, mentre la fibra lo è molto meno. Quando mangiamo un cereale raffinato come il riso, in effetti noi mangiamo solo la parte amidacea del chicco, mentre se mangiassimo un cereale intero, comunemente chiamato anche integrale, ne assumeremmo tutte le proprietà. Infatti, il rivestimento esterno del cereale, chiamato anche crusca, contiene fibra ma anche vitamine e sali minerali. L’assunzione del cereale integrale ha dunque un duplice vantaggio, il primo è quello di apportare fibra e dunque essere digerito più lentamente senza far alzare velocemente la glicemia e l’insulina, il secondo è quello di apportare nutrienti per la salute come vitamine del gruppo B e sali minerali come il ferro, minerale importante per l’ovulazione. Esempi di cereali integrali sono la pasta integrale, l’avena, il riso integrale, l’orzo, ma anche prodotti da forno integrali come il pane integrale.

Per anni si è creduto che tutti i glucidi provocassero una risposta glicemica identica, ma negli anni ‘70 un ricercatore californiano dell’Università di Stanford dimostrò che a parità di contenuto di glucidi apportati all’organismo, ogni glucide provocava un diverso aumento dei valori della glicemia. Per cui apparve indispensabile monitorare il potere iperglicemizzante di ogni alimento. Nel 1981 David Jenkins pubblicò uno studio in cui venne esaminato come variava la glicemia nelle due ore successive all’assunzione di carboidrati differenti, nei soggetti presi in esame. Fu dunque stilata una tabella numerica, in cui fu attribuito 100 al carboidrato di riferimento, il glucosio puro. La velocità con cui venivano assorbiti i carboidrati venne definita indice glicemico.

La dieta a basso indice glicemico funziona per aumentare la fertilità?

Considerare solo l’indice glicemico per aumentare la fertilità è come soffermarsi solo su un dettaglio di un quadro, ed è rischioso in quanto non tiene conto di altre variabili in gioco. Infatti, se vogliamo tenere sotto controllo l’insulina, in particolare in condizioni di insulinoresistenza e sovrappeso, dobbiamo guardare al quadro nella sua interezza.

L’indice glicemico tiene conto solo del tipo di carboidrato, ma non della quantità. Può inoltre differire da un individuo all’altro e nello stesso individuo può differire in base alla quantità di grassi e proteine del pasto, alla quantità e tipo di fibre, alla velocità e all’ ordine con cui gli alimenti vengono assunti, se  i carboidrati vengano assunti crudi o cotti.

È importante, dunque, che si tenga conto non solo dell’indice glicemico, ma anche del carico glicemico.

Il carico glicemico è un valore che tiene conto sia dell’indice glicemico, cioè della velocità con cui vengono assorbiti i carboidrati, sia delle quantità di carboidrati assunti. Per mantenere bassa la glicemia nel sangue e anche l’insulina bisogna integrare l’indice glicemico con il carico glicemico. Questo perché anche se mangiamo tutti alimenti con un basso indice glicemico, ma la quantità di carboidrati è comunque alta, la glicemia e di conseguenza l’insulina saliranno significativamente.

In pratica, un pasto costituito da pasta e fagioli, che ha un basso indice glicemico rispetto a una pasta e patate, farà comunque salire molto la glicemia e l’insulina nel momento in cui esageriamo con le quantità.

 

3. IL RUOLO DEI GRASSI NELLA FERTILITA'

Nonostante per anni ci sia stata una vera e propria guerra ai grassi, questa categoria di macronutrienti è comunque importante. Per esempio, il colesterolo ha un ruolo fondamentale nella formazione delle membrane cellulari, degli ormoni sessuali, della vitamina D. Nonostante i grassi siano stati etichettati per anni come cattivi, sono solo alcuni tipi di grassi che creano problemi alla salute. Alcuni sono buoni, altri sono cattivi.

I grassi si dividono in saturi, monoinsaturi e polinsaturi in base alla loro struttura. I grassi monoinsaturi sono quelli contenuti nell’olio di oliva oppure nell’avocado. Fanno bene alle arterie, aumentano il colesterolo buono (HDL), proteggono dalle malattie cardiache.

I grassi saturi, differentemente dai monoinsaturi e polinsaturi, sono più dannosi per la salute se assunti in eccesso. Sono collegati all’aumento del colesterolo cattivo (LDL) e dunque dannosi per il sistema cardiovascolare. Sono presenti nella carne rossa, nell’olio di palma o di cocco. Nonostante siano grassi cattivi non bisogna eliminarli completamente, ma solo ridurre la loro assunzione.

I grassi polinsaturi sono grassi molto importanti per la salute, in quanto alcuni non possono essere sintetizzati dal nostro organismo e dunque devono essere assunti con la dieta.

In particolare, gli omega-3 (n -3) e omega-6 (n -6) necessitano di essere introdotti con la dieta, in quanto indispensabili per differenti processi, tra cui la crescita, lo sviluppo e la riproduzione del cervello.

Le fonti migliori di omega-3 sono le alghe, il pesce azzurro grasso e alcune fonti vegetali come le noci, i semi di lino e la portulaca oleracea, una “erbaccia” commestibile ricca di omega-3. Riguardo alle fonti ittiche, gli omega 3 sono presenti soprattutto nelle alici e nelle sardine.

Una questione a parte è quella che riguarda i pesci di grossa taglia come tonno, pesce spada e salmone. Sono molto ricchi di omega-3, ma d’altro canto sono capaci di assorbire in maggiore quantità gli inquinanti presenti nei mari, in particolare i metalli pesanti e gli idrocarburi, pertanto andrebbe limitata la loro assunzione. Un ulteriore problema riguarda il salmone di allevamento. La maggior parte del salmone che arriva sulle nostre tavole viene allevato in Norvegia, il luogo in cui sono presenti più di 1000 allevamenti di salmone. Questi allevamenti intensivi hanno numerosi problemi di sostenibilità. I salmoni, in un singolo allevamento, sono stipati in migliaia in pochi metri quadrati e spesso vengono attaccati dai pidocchi da allevamento infestanti. Per evitare questa infestazione gli allevatori si affidano a un massiccio uso di sostanze chimiche (Diflubenzeron, Endosulfan, Etossichina), sostanze che vengono purtroppo assorbite dai salmoni e possono dunque arrivare sulle nostre tavole. Il salmone da allevamento è uno dei più contaminati al mondo e per questo sarebbe necessario assumere salmone selvaggio, anche se purtroppo è difficile conoscerne la provenienza in quanto l’Unione Europea non obbliga, nell’etichettatura, di scrivere se è selvaggio o di allevamento.

Gli omega-6 invece sono presenti soprattutto nell’olio di girasole, nell’olio di mais, nell’olio di arachidi e nell’olio di palma. Questi tipi di olii vengono utilizzati dai produttori di prodotti da forno e nelle merendine, ed è questo il motivo per cui ne assumiamo ingenti quantità. A causa di questi prodotti abbiamo un forte sbilanciamento di assunzione di omega-6, che ha un maggiore potere infiammatorio rispetto agli omega-3, che sono meno infiammatori o addirittura antinfiammatori.

Un discorso a parte lo meritano i grassi trans. Sono una tipologia di grassi polinsaturi che viene molto utilizzata nell’industria alimentare. È il prodotto della conversione degli olii vegetali liquidi in solidi. Questo processo è chiamato idrogenazione, viene utilizzato per il basso costo e per la stabilità. Questo tipo di grasso è capace di aumentare il colesterolo LDL tanto quanto i grassi saturi, e allo stesso tempo deprime la formazione di colesterolo buono (HDL). Inoltre, aumenta i trigliceridi nel sangue, rende il sangue più predisposto alla formazione di coaguli, predisponendo a malattie cardiache, ictus e diabete. Sbarazzarsi di questo tipo di grasso potrebbe evitare ogni anno fino a 200.000 infarti, ictus e problemi cardiovascolari.

Dal punto di vista della fertilità i grassi trans influiscono negativamente sull’ovulazione e il concepimento. Evitare completamente l’assunzione di grassi trans nella dieta è importante, quindi, per accrescere la fertilità.

Nelle donne, il consumo di grassi trans è positivamente associato all’infertilità ovulatoria, indipendentemente dall’età, dall’indice di massa corporea, dallo stile di vita e dai livelli ormonali. I grassi trans sono stati associati a parametri metabolici alterati, come insulinoresistenza, rischio di diabete mellito di tipo II e marker infiammatori, che possono compromettere negativamente le funzioni ovariche. È stato dimostrato che la sostituzione di grassi trans con grassi monoinsaturi e polinsaturi (omega-3 e omega-6) è associata a un minor rischio di infertilità ovulatoria in quanto migliora il profilo metabolico e ormonale, in particolare in donne con ovaio policistico.

Nonostante gli effetti benefici esercitati dai polinsaturi nel contrastare le malattie metaboliche, questi possono essere influenzati dal rapporto di assunzione giornaliera tra gli omega-3 e omega-6. 

Nella dieta primitiva, da cui è stata selezionata la nostra costituzione genetica, il rapporto di assunzione omega-6/omega-3 era di 1:1. Attualmente questo rapporto varia da 10:1 a 25:1 a favore degli omega-6, che vengono quindi assunti in quantità decisamente maggiori rispetto agli omega-3. Questo cambiamento nella composizione della dieta, negli ultimi 100 anni è stato associato a una diminuzione dei tassi di fertilità nelle donne di età superiore ai 35 anni. La proporzione dei grassi polinsaturi omega-6/omega-3 nella dieta influenza significativamente la formazione di molecole infiammatorie chiamate prostaglandine e la sintesi di ormoni ovarici, entrambi aventi un ruolo cruciale nel processo riproduttivo.

L'associazione tra l'aumento di omega-6 a discapito degli omega-3 nella dieta occidentale e la ridotta durata negli anni della fertilità nelle donne suggerisce che una dieta arricchita di omega-3 potrebbe essere utile nel contrastare l'eccesso relativo di omega-6 e potrebbe pertanto migliorare il successo riproduttivo. 

Nelle donne, le diete ricche di omega-3 aumentano i livelli plasmatici di 17β-estradiolo (E2), portando così a un aumento della secrezione di GnRH e innescando il picco di LH, che ricordiamo essere importante per l’ovulazione. 

Tutti questi cambiamenti ormonali contribuiscono all’aumento del numero e delle dimensioni dei follicoli pre-ovulatori e possono essere utili per la funzione ovarica.

Nelle donne con ovaio policistico una dieta ricca di omega-3 migliora sia i parametri metabolici sia i parametri ormonali, in particolare diminuendo i livelli di androgeni come il testosterone.

 

4. IL RUOLO DELLE PROTEINE NELLA FERTILITA'

Il ruolo dell’assunzione di proteine sulla riproduzione è complesso, non è ancora chiaro, infatti, come la fonte o la quantità di proteine consumate possano influenzare la funzione ovulatoria o la fertilità delle donne. Tuttavia, è noto che l’assunzione di proteine sia associata a una modulazione della produzione di ormoni sessuali nelle donne affette da PCOS, probabilmente riducendo l’iperinsulinemia. 

Diversi studi su donne in sovrappeso con ovaio policistico hanno mostrato che una dieta con maggiore quantità di proteine migliora la ciclicità mestruale, riducendo i livelli di androgeni circolanti e migliorando la sensibilità all’insulina, con conseguenza la perdita di peso. In questi studi i miglioramenti sono ascrivibili a una maggiore sensibilità all’insulina associata a un ridotto apporto di carboidrati (sostituiti dalle proteine), piuttosto che ad un aumento delle proteine di per sé.

In diversi studi scientifici si è visto che nelle donne i livelli di aminoacidi (i mattoncini che costituiscono le proteine) fluttuano durante il ciclo mestruale e, in particolare, diminuiscono nella fase luteinica (la seconda fase del ciclo dopo l’ovulazione). La diminuzione dei livelli plasmatici di aminoacidi misurati durante la fase luteinica potrebbe essere la conseguenza delle aumentate richieste fisiologiche per la sintesi degli ormoni come l’estradiolo e il progesterone da parte del corpo luteo, l’aumento della sintesi proteica e la secrezione da parte dell’endometrio. Questo affascinante suggerimento potrebbe ulteriormente spiegare l’associazione tra la ridotta fertilità nelle donne osservata al giorno d'oggi e la diminuzione dell’apporto proteico nelle società industrializzate a favore dei carboidrati, rispetto all’ambiente nutrizionale per il quale è stata selezionata la nostra costituzione genetica.

Alla luce di quanto detto è importante un nuovo riequilibrio nella nostra alimentazione fra i carboidrati e le proteine assunte nella dieta. Per potenziare la fertilità bisogna sicuramente aumentare la quota proteica diminuendo la quota di carboidrati, in particolare quelli semplici e ad alto indice glicemico.

 

5. LATTE E LATTICINI INFLUISCONO SULLA FERTILITA' DELLA DONNA?

Latte e latticini sono considerati da molti anni una componente importante di una dieta sana ed equilibrata. Secondo le linee guida del ministero della salute, dovrebbero essere inclusi nella dieta quotidiana indipendentemente dall’età. Si raccomanda agli adulti di consumare almeno due bicchieri di latte al giorno. Possono essere sostituiti con yogurt, kefir e, in parte, formaggio.

Il latte vaccino contiene l'87% di acqua, il 3-4% di lipidi, il 3,5% di proteine, il 5% di lattosio e l’1,2% di vitamine (B2, B12, A, D) e minerali (calcio, fosforo, potassio, magnesio, zinco e selenio). Il grasso del latte vaccino è costituito per il 60% da acidi grassi saturi, tra cui principalmente l’acido palmitico. Il latte di mucca contiene anche l’acido linoleico (CLA), che presenta numerose proprietà salutari. Tuttavia, il valore particolarmente nutriente del latte è dovuto principalmente alle proteine di alta qualità che comprendono l’intero set di aminoacidi esogeni necessari per la sintesi delle proteine corporee. Le proteine del latte sono costituite per l’80% da caseina e per il 20% da siero di latte, che svolge un ruolo nella regolazione a breve e lungo termine del consumo di cibo attraverso l’induzione di segnali di sazietà, favorendo così il mantenimento di un peso corporeo adeguato. I peptidi del latte bioattivi possono esercitare un’influenza positiva sulla salute umana attraverso la regolazione delle funzioni fisiologiche, un effetto diretto sul metabolismo e su alcuni recettori. È stato suggerito che i peptidi possano presentare proprietà antineoplastiche, antiipertensive, antitrombotiche e immunomodulatorie. Al latte e ai latticini sono state attribuite anche proprietà favorevoli nella prevenzione e nel trattamento dei disturbi del metabolismo dei carboidrati.

Nonostante gli effetti benefici del latte e dei latticini sul metabolismo dei carboidrati, nel tempo gli studi a riguardo hanno avuto risultati contraddittori e attualmente non esiste una unica prova certa che i latticini abbiano un effetto positivo sul metabolismo dei carboidrati e dell’insulina. Infatti, il latte e i latticini contengono degli aminoacidi essenziali che sono capaci di stimolare la secrezione di insulina. Di contro, i latticini contengono anche calcio, magnesio, potassio e carboidrati a basso indice glicemico, che sembrano avere un effetto favorevole sul controllo della glicemia, della secrezione di insulina, della sensibilità dei tessuti e della riduzione del rischio di diabete mellito di tipo 2.

Per queste caratteristiche il latte e i latticini influenzano la fertilità? Ni! In diversi studi si è potuto capire che la differenza maggiore dell’effetto del latte e derivati sulle donne con ovaio policistico con problemi di ovulazione e insulinoresistenza era data dall’assunzione di latticini con minor o maggiore contenuto di grassi. Infatti, quello che si è notato è che le donne che assumevano prodotti caseari con maggiore contenuto di grassi avevano un aumento della fertilità del 70% rispetto alle donne che assumevano prodotti scremati e a basso contenuto di grassi. Il motivo di questa discrepanza era dovuto al fatto che i latticini ad alto contenuto di grassi includevano più estrogeni e contribuivano a compensare la produzione di androgeni spesso presente nelle donne con ovaio policistico, determinando una maggiore capacità di ovulazione. Attualmente il ruolo dei latticini nella fertilità è ancora controverso, in quanto alcuni autori indicano che una maggiore assunzione dei latticini aumenti anche l’esposizione a sostanze interferenti endocrine, che potrebbero invece diminuire la fertilità della donna.

Cosa fare dunque? Il latte è positivo o negativo per la fertilità? A questa domanda ancora non si può rispondere con certezza, ma sicuramente la questione dei derivati del latte è solo marginale rispetto alla gestione totale dell’alimentazione. Una alimentazione che segua i dettami di un corretto stile di vita e alimentare non può essere condizionata solamente dalla questione se assumere il latte o meno.

 

 

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Tags: Fertilità e alimentazione, Dieta per la fertilità

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